Sviluppo in questa provincia

La percezione che ho rispetto al dibattito sullo sviluppo in questa provincia mi continua a parlare di un pensiero piegato sulle occasioni e non di un pensiero che adopera gli strumenti che ci sono. Il caso del progetto pilota per le aree interne, e quindi per l’Alta Irpinia fra le altre aree, mi sembra piuttosto significativo. Il pensiero viene stimolato dallo strumento e non viceversa. E questo rovesciamento ha portato al rischio di equivocare le stesse finalità dello strumento. E in generale, non solo a proposito del progetto, si corre il rischio di analisi e risposte superficiali, semplificate, banali.

Sarebbe bello prendere l’abitudine di invertire l’ordine. Proviamoci. E partiamo dalla fotografia della nostra realtà rispetto al perdurare della più grave crisi sociale, prima che economica e produttiva, che l’Occidente abbia vissuto.

È la fotografia di un salto all’indietro, di decenni, quando intere generazioni erano costrette a scegliere fra emigrazione e disoccupazione. Siamo di nuovo a questo punto. Con il nostro futuro – coi suoi volti preparati, appassionati e competenti – che deve scegliere fra annullare, qui, la propria esistenza o significarla altrove.

Fare un’analisi della nostra realtà vuol dire assumere la consapevolezza di ciò che il processo produttivo, industriale e manifatturiero ha rappresentato per questa provincia prima dell’esplodere della crisi. Parliamo di una realtà ad alto tasso di industrializzazione (nella media nazionale e ben al di sopra della media del Mezzogiorno) con realtà effimere, certamente, ma con altre ben consolidate che hanno dato risposte significative in termini occupazionali.

Non sono fra quelli che fanno vivere lo scontro delle contrapposizione fra il modello dell’economia classica produttiva e un altro modello di economia “alternativa”, leggera, verde, smart , della “poesia”, della “bellezza” comunque la si voglia aggettivare.

Credo che le potenzialità di entrambe debbano essere esplorate e fatte vivere. Sapendo quali sono i numeri che le “due economie” possono determinare. I numeri non si inventano, stanno negli studi, nelle statistiche e nei rapporti economici. E ci dicono che le risposte in termini occupazionali, che servono rispetto al dramma che viviamo, non possono venire – nella quantità necessaria – dal settore ambientale, turistico, enogastronomico. Anzi, i pochi numeri di rilievo che vengono dal settore enogastronomico non hanno nulla a che fare con il “piccolo è bello”, visto che provengono da due colossi internazionali e da due colossi nazionali che hanno stabilimenti nella nostra provincia (Ferrero, Zuegg, Olio Basso e Pasta Baronia). C’è un filo complesso che tiene insieme queste due vocazioni della nostra Irpinia, che ostinatamente qualcuno tende a contrapporre: l’innovazione, la ricerca, la cultura, la formazione, la tecnologia. È questo il terreno che parla di futuro. È questo il terreno su cui provare a far vivere la difesa di un apparato industriale capace di rinnovarsi e di dare risposte di quantità e la valorizzazione di un’economia capace di parlare di territorio e di dare risposte di qualità.

È questo il terreno su cui i due assi di sviluppo più significativi che attraversano la nostra provincia devono vivere.

Il primo, quello classico che collega Napoli e Bari, il Tirreno con l’Adriatico, il Mediterraneo con i Balcani, l’Africa con l’Europa. L’Irpinia che ripensa se stessa in un’idea di Mezzogiorno, quale ponte, piattaforma e porto naturale nel Mediterraneo. L’Ufita, per la sua posizione geografica, per la sua storia con la necessaria difesa delle sue preesistenze industriali, per la scelta di far sorgere lì la stazione dell’alta capacità, è il territorio che naturalmente si candida a essere non solo la piattaforma logistica, ma anche di prima trasformazione, delle merci e dei beni che si muovono lungo quest’asse.

Il secondo, ci viene riproposto dalla storia dopo un po’ di tempo. Parliamo del collegamento fra Avellino, Benevento e Salerno. In questa relazione è la centralità dell’area urbana di Avellino che vive, non più quale luogo esclusivamente legato a funzioni burocratiche, ristrette dalla furia demagogica abbattutasi sull’organizzazione dello Stato, ma nella sua dimensione economica, produttiva, culturale. Avellino con i suoi contenitori privi di contenuto e con i suoi contenuti privi di forma, che mette la sua potenziale rete della memoria, dei saperi, della ricerca, della produzione in un percorso che partendo dal porto di Salerno, passa per il polo universitario di Fisciano, per la nuova affascinante realtà di Montoro unita, per la rilevanza produttiva di Solofra e Serino, per la porta industriale dell’area urbana, a Pianodardine, fino ad arrivare a Benevento, con l’altro polo universitario. Una linea immaginaria che diventa triangolo se si relaziona anche con Nola, di fatto centro degli scambi logistici e commerciali nella nostra regione.

Un triangolo che consente ad Avellino di ripensarsi fra innovazione e ricerca, valorizzando quelli che al momento sono tasselli che vivono di solitudini: la città ospedaliera, il Crom, la facoltà di Enologia, il Cnr in scienze dell’alimentazione, il Teatro “Gesualdo”, il Conservatorio “Cimarosa”, il Centro “Guido Dorso”, e via via tutti i contenitori in cerca di idee, che apparentemente parlano un linguaggio diverso ma che sono tenuti insieme dal filo della cultura, della ricerca, della sperimentazione, dell’innovazione.

Ma eravamo partiti dall’occasione del progetto pilota per le aree interne e ci torno. Lo strumento è utile se si cala su una lettura della realtà. La realtà, cruda, ci dice di un territorio, quello irpino, complessivamente e in particolare nell’Alta Irpinia, massacrato dai tagli alla spesa pubblica che hanno snaturato l’idea di cittadinanza. Per il taglio ai servizi essenziali, dalla sanità al trasporto pubblico, passando per l’istruzione. Ecco, questi sono i tre elementi intorno a cui ricostruire un’idea di cittadinanza dignitosa, “libera”, in Alta Irpinia. Il progetto pilota indica queste priorità, con un meccanismo di estremo interesse che ricorre a fondi ordinari e non straordinari. Mettendo quindi in premessa dell’intervento la possibilità, che se le cose andranno per il verso giusto, quei fondi potranno essere rinnovati negli anni, allargando anche i confini territoriali della sperimentazione.

Un’idea di cittadinanza che prova a riorganizzare forme di convivenza civile e riempire, così, di contenuti il concetto di comunità. Una sfida per la politica e i partiti che sono chiamati nel dibattito pubblico a far vivere la loro visione “generale” e non lasciarla nelle mani delle visioni “particolari” di chi guarda il mondo attraverso il buco della serratura del proprio municipio, del proprio ente, della propria associazione, del proprio piccolo “interesse”. È la politica che tiene conto della molteplicità degli sguardi ma che tende a realizzare il bene delle collettività. Il progetto pilota sta nella capacità della politica di cogliere la sfida del pensiero, dell’orizzonte, di un’umanità che cerca in un pezzo di territorio di affermare un’altra idea di società.

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