“Sul Gesualdo scenario inquietante, Foti non può fuggire”. La mia intervista a Orticalab.

Todisco, partiamo dal caso Cipriano. Il sindaco, nella sostanza, ha fatto sapere che le responsabilità di quanto accaduto sono tutte da ascrivere ai funzionari, segnatamente al Dirigente del Settore Cultura. Insomma, nessuna responsabilità politica. Se regia c’è stata il sindaco non ne sa nulla…

«Intanto, non parlerei di caso Cipriano; il Teatro “Carlo Gesualdo” non coincide con una persona e né le scelte dell’amministrazione comunale possono essere prese in relazione a chi presiede il Cda del “Gesualdo”. Lo scenario, comunque, è deprimente e drammatico. Senza certezze in termini di programmazione si depotenzia lo strumento culturale più importante della nostra realtà. Sia che si tratti di una scelta politica, magari per isolare il Presidente del Teatro Gesualdo,  sia che si tratti di un episodio di sciatteria amministrativa, dovuta, da quel che si sussurra,  a un dirigente comunale che si sarebbe sottratto e continuerebbe a sottrarsi alle direttive e alle richieste di chiarimento da parte del Sindaco, lo scenario che si presenta è inquietante e le responsabilità non possono che ricadere in testa al Sindaco. Che deve giustificare o una precisa volontà politica o l’incapacità di coordinare e controllare gli uffici comunali. In entrambi i casi siamo di fronte a responsabilità politiche e amministrative molto chiare»

Tutto questo capita in una fase estremamente complessa della vicenda cittadina. Il sindaco, però, appare intenzionato, nel giro di qualche giorno, a nominare i nuovi assessori alle Finanze e all’Ambiente e, a quanto pare, anche a sostituire quello alla cultura. Insomma, Foti ha deciso di andare avanti con la mezza maggioranza che gli è rimasta …

«È un errore. Il sindaco, ormai due mesi e mezzo fa, decise, giustamente, di chiamare in causa il partito. Consapevole dell’insostenibilità del clima determinatosi e ammettendo, di fatto, la sua incapacità a tenere unita e coesa attorno ad una prospettiva questa maggioranza, Foti decise di rimettere il mandato nelle mani del partito. Scelta giusta, perché senza orientamento politico nessuna amministrazione è in grado di governare e di tenere lontani  personalismi, ambizioni e contraddizioni. Ora, a quanto pare Foti vuole smentirsi, accontentandosi di rimpiazzare i vuoti in giunta. La nostra posizione è chiara: ridare un governo al Pd provinciale per coinvolgere tutte le sensibilità del partito in un ragionamento alto sui bisogni della città e trasformare l’amministrazione Foti da danno per Avellino a un governo utile per risolverne i problemi.  Foti rivendica autonomia da qualcosa che non esiste, al momento, questo è il punto. Si tratta di una furbata, lucrare sui ritardi con cui Roma e Napoli non decidono sul partito provinciale per mantenere lo status quo. Una furbata suggerita da qualche volpe. Ma continua ad essere valido quello che Craxi diceva per Andreotti: “tutte le volpi prima o poi finiscono in pellicceria”. E non mi sembra che le volpi in questione possano richiamarsi alla furbizia di Andreotti che di pelliccerie ne evitò un bel po’»

Perfetto, senza una soluzione nel partito non ci può essere soluzione in città. A tale proposito, solo qualche giorno fa l’onorevole Paris, responsabile nazionale Enti locali del partito, ha chiaramente detto che per Avellino non c’è un piano B, che non ci può essere alternativa al commissariamento

«Il partito è nel caos più assoluto, non da oggi, per responsabilità non solo di Carmine De Blasio ma di tutta la sua ex maggioranza. D’altro canto, due delle tre gambe di quella maggioranza hanno fatto ammenda di quel percorso in maniera chiara. Da mesi, ormai, il segretario non ha più una maggioranza, ma fa finta di niente. E al di là di quel che è accaduto in Assemblea provinciale, al di là dell’evidenza dei numeri, ben prima che si arrivasse in Assemblea c’era e permane una situazione drammatica a cui occorre dare risposta. Il Pd irpino è in agonia ormai da anni; i circoli territoriali, quelli che esistono, sono del tutto abbandonati all’isolamento, mentre in una molteplicità di realtà, a partire da Avellino, Ariano e Montoro, ovvero dalle tre realtà più significative della provincia, il Pd non ha un coordinamento. Per non parlare dei ritardi accumulati sul tesseramento, dei bilanci non approvati, delle forzature registratesi in Commissione di garanzia e di tanto altro su cui potrei continuare. Rispetto a tutto ciò mi chiedo ma per Roma e Napoli cos’altro deve accadere per intervenire? Sono il primo a non meravigliarmi, perché vittima di un’assemblea che infranse tutte le regole nella definizione delle candidature alle regionali con Napoli e Roma che non vollero vedere, ma pretendiamo che, adesso, i vertici nazionali e regionali facciano quanto di loro responsabilità. Il Pd in Irpinia non c’è, di fatto e da mesi, nella sua direzione politica e ciò non è tollerabile oltre. D’altra parte, un percorso di responsabilità è stato suggerito»

 Parole che chiamano direttamente in causa proprio l’onorevole Paris?

«L’onorevole Paris non ha in testa un potere monocratico, ma è parte di una segreteria. Che deve decidere in fretta. Si dia una risposta alla proposta  indicata nel documento firmato con le altre componenti ritrovatesi sulla sfiducia al segretario. Un Comitato di reggenza, rappresentativo di tutte le anime, con la contestuale nomina di un Commissario “tecnico”, a garanzia del percorso e degli adempimenti che dovranno condurre al congresso. Un modo per non espropriare le sensibilità locali della direzione politica del partito e per far convergere tutte le forze nelle sfide che abbiamo davanti. A partire dalla crisi di Palazzo di città per arrivare alle prossime amministrative in tanti comuni, passando per le decisioni da prendere rispetto agli enti di servizio. Le aggiungo di più: non solo sarebbe assurdo andare a congresso in concomitanza con le amministrative, ma sarebbe folle non considerare il fatto che in autunno saremo chiamati all’impegno referendario sulle riforme costituzionali, appuntamento ancora più cruciale per i destini del Paese e dello stesso partito»

 Lei come voterà?

«La risposta appare piuttosto scontata, perché anche le pietre sanno quel che penso di quelle riforme. Ma mi ritrovo nelle preoccupazioni espresse da Cuperlo che vede il rischio che Renzi trasformi il referendum in un plebiscito per sé. Fa male alla democrazia. L’auspicio è che nel percorso che ci porterà al Referendum, in Parlamento non ci siano forzature. Non esistono riforme vere senza capacità di ascolto reciproco»

 Avrà letto le interviste apparse su questa pagina al sottosegretario De Caro e all’onorevole Massimo Paolucci. Entrambi riconducibili, sino a qualche mese fa, alla medesima componente, ovvero alla sinistra di minoranza, oggi si pongono su posizioni diverse. De Caro ha ormai sposato la causa renziana anche nel partito, Paolucci non ci pensa proprio. Un distinguo che, evidentemente, ci dice molto anche di quello che potrebbe accadere sui territori, segnatamente nella composita componente riconducibile al Presidente D’Amelio. Tanto De Caro che Paolucci, d’altro canto, ne hanno sponsorizzato la corsa alle regionali

«Mi meraviglio che qualcuno si meravigli: De Caro e Paolucci rappresentano l’essenza del renzismo. Sono il renzismo, sono i volti delle contraddizioni su cui si tiene la stagione renziana: da un lato, il centro del Paese in cui Renzi sembra imporre il cambiamento senza lasciare spazio a prudenze, mostrando un’energia che è complicato non riconoscergli, che conduce, spesso,  nei ruoli chiave donne, giovani e giovanissimi, tanto nel partito che nel governo, il renzismo di grido, quello che piace alla gente che piace; dall’altro, il renzismo di periferia, dove spadroneggiano i volti notabilari di sempre. Le ragioni del distinguo tra Paolucci e De Caro sono da ricercare, banalmente, nel fatto che il primo ha trovato occupato il posto al quale ambiva, proprio dal secondo. Ha bussato a quella porta, ma ha trovato occupato. Sono stati con D’Alema all’epoca del suo massimo splendore, stanno (o fingono di non starci) con Renzi nel periodo del suo massimo splendore, staranno con chi splenderà quando e se la stella di Renzi dovesse offuscarsi. Non prendiamoci in giro, sullo sfondo c’è la rincorsa ai posizionamenti in vista delle politiche del 2018 e le scelte di collocazione dipendono solo ed esclusivamente da quell’obiettivo. Poi, però, c’è anche un’altra lettura, più profonda e più politica, a cui qui faccio solo cenno. Il sottosegretario De Caro, in quell’intervista, afferma l’appartenenza a un filo conduttore che lega il craxismo al renzismo, per il tramite del berlusconismo. Una trama che rappresenta tanti degli errori compiuti dalla sinistra, stando al governo o all’opposizione, in questi ultimi trent’anni, in Italia come in Europa. Una sinistra che ha smesso di guardare il mondo con i propri occhi, scegliendo di guardarlo con lo sguardo degli altri, quelli che mettono il mercato sopra a tutto il resto. E non è un caso la distanza che sempre c’è stata e continuerà a starci fra noi e De Caro»

 Ma quali saranno le conseguenze di questa spaccatura sui territori?

«Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti. Perché tanto ritardo nel dare risposte sui destini del Pd irpino? Per il semplice fatto che a Roma e a Napoli cercano di comprendere con quali notabili interloquire. È il centro renziano che s’impantana e che non riesce a mettere piede in periferia in modo autorevole. Anzi, con i modi che la politica dei vecchi partiti avrebbe consigliato»

 E voi?

«Noi siamo impegnati in un percorso faticoso di ricerca, con Gianni Cuperlo, per provare a scavare nel sentire profondo della nostra gente. E sempre con l’obiettivo prioritario di tenere insieme i pezzi divisi della sinistra.  Dentro e fuori il Pd.  Un percorso  che ci ha portato a costruire l’iniziativa del Teatro Vittoria a Roma, dove ci siamo ritrovati con tanti pezzi della sinistra diffusa nel Pd, da Bersani a Speranza, ma anche con pezzi che non sono nel Pd ma che sanno parlare ai sentimenti della nostra parte, come Emma Bonino. Il nostro orizzonte è quello della costruzione di una sinistra, non rancorosa, non antirenziana per etichetta, ma che si differenzia da Renzi per quella volontà di cambiare il mondo con l’originalità della nostra visione, delle nostre idee, per la volontà di ricercare il consenso non sulle idee degli altri, ma sulle nostre idee.  E non è una differenza di poco conto»

 Ma non vi siete scocciati di avere sempre ragione? Insomma Todisco, una classe dirigente ha anche il dovere di misurarsi su di un orizzonte, su sfide concrete. Non può accontentarsi di primeggiare nell’analisi e di rimanere ininfluente sul terreno del governo

«Ribadisco, noi il consenso lo vogliamo costruire sulle nostre ragioni e non su quelle degli altri. Andare al governo con le idee degli altri è cosa facile e mi pare che la storia ci dica qualcosa al riguardo. Cambiare il mondo, con le proprie idee,  governando è molto più complesso, ma è la nostra ambizione. Venendo alla sua domanda, tutto ciò che questo governo sta mettendo in campo, dalle politiche economiche alla riforme costituzionali, dalle politiche sociali, in cui rientrano le tante sfide per i diritti, fino alla politica estera, avrà come sempre un giudice inappellabile che è la realtà. A me pare che tante delle scelte di governo abbiano il senso delle stesse politiche che ci hanno condotto alla crisi e non è detto che le grandi aspettative riposte in Renzi (parlerei di questo più che di consenso) siano destinate a rinnovarsi se nella vita materiale dei cittadini non ci siano concreti miglioramenti.  Noi non stiamo con le mani in tasca aspettando che l’ottimismo di Renzi vada a scontrarsi contro gli scogli malvagi della realtà, ma facciamo la nostra parte, convinti come siamo che soltanto elaborando una visione politica diversa da quella che ci ha portato alla crisi, e che non riesce a portarcene fuori, si possa essere utili al nostro Paese»

 Venendo al Pd irpino, esclude sin d’ora una ipotesi d’intesa con la componente del Presidente D’Amelio?

 «Nessun veto. Partiamo, però, da un punto. Le firme in calce al documento di sfiducia a De Blasio e a quello con il quale abbiamo indicato una soluzione a Napoli e a Roma, non rappresentano una mozione congressuale. È una comune presa di responsabilità per portare il partito in una dialettica normalizzata in vista del congresso che verrà, poi ognuno sarà dove riterrà. Noi staremo solo con chi condividerà con noi un percorso, una visione, una prospettiva»

 Quindi non esclude nemmeno un’intesa con la componente di De Blasio e De Luca

«Ripeto, staremo con chi condividerà con noi un percorso. Una prospettiva che parli un linguaggio se non coincidente prossimo, rispetto al Paese, alla Campania, all’Irpinia. Le stesse Sue interviste al sottosegretario De Caro e all’onorevole Paolucci ci parlano di una realtà in movimento. Al congresso staremo con la dignità di chi ha saputo vedere in anticipo gli errori che gli altri hanno compiuto. Senza presunzione ma con la consapevolezza che darci ascolto può essere cosa utile al nostro partito.  Per il congresso vedremo quando sarà il suo tempo, adesso pensiamo a tirare fuori il partito dalla palude»

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