Irpinia

Per scrivere dell’Irpinia ci lasciamo aiutare dall’immaginazione di Raffaele La Capria. Un’immaginazione che diventa grido civile. Che diventa invocazione all’impegno collettivo, alla presa di coscienza di sé.

La Capria parla di Napoli e quindi del Mezzogiorno. “Tutti i napoletani sentono allo stesso modo, e io non faccio eccezione. In questo spazio protetto che la natura ha suggerito ed essi si sono ritagliati, si muovono come i pesci in un acquario, facendo sempre le stesse cose. È questa autoreferenzialità di cui essi sono prigionieri, questo moto incessante che non è un vero movimento, ma un modo nevrotico per stare fermi”. I fatti che si ripetono, i problemi che ritornano, i discorsi sempre uguali. Muoversi, agitandosi per restare fermi.

Serve “uno sforzo di immaginazione e un’impennata d’orgoglio, per accettare la sfida dell’orizzonte. Potrebbero così capire che solo con la forza delle utopie si può interrompere il circolo vizioso dell’autoreferenzialità che determina marginalità”.

Interrompere il circolo vizioso dell’autoreferenzialità che diventa marginalità. Accettare la sfida dell’orizzonte. Quale immagine migliore per descrivere il pensiero che l’Irpinia ha di sé? L’autoreferenzialità che diventa marginalità. Il localismo che cancella ogni orizzonte e che affoga in mille sconfitte. E in mille recriminazioni.

L’Irpinia ha bisogno di ripensare se stessa ragionando dell’orizzonte. Dell’Europa, del Mediterraneo e del Mezzogiorno che da sempre è stata la terra del dialogo fra popoli che sempre si cercarono. Perché indispensabili gli uni agli altri. Il Mezzogiorno come naturale porto in mezzo al Mediterraneo. E l’Irpinia sta lì: terra di mezzo fra Tirreno e Adriatico. Attraversata da persone, idee, pensieri, cose, merci, beni. Ed è questa posizione geografica che deve aiutarla a riscoprire le sue vocazioni e ridefinire le sue prospettive. Intorno alle grandi questioni strategiche. Intorno al ragionamento che riguarda la programmazione europea 2014-2020.

La prima grande opzione strategica parla di quel che sarà, ma anche di ciò che è stato e di ciò che è. La stazione “Hirpinia”, nell’Ufita, dell’alta capacità Napoli-Bari, non ci dice soltanto di ciò che potrà essere fra qualche decennio, ma di cosa dobbiamo difendere se vogliamo che questa stazione assolva a una funzione utile. La difesa dell’apparato industriale esistente è essenziale per questa ragione. Una stazione che nasce nel deserto non serve e non verrà costruita. Una stazione che nasce in un territorio che conservi la sua vocazione produttiva può, invece, esaltare le sue funzioni.

Dunque, tutto ruota intorno al destino dell’Irisbus che resta lì chiusa mentre il Paese e le sue città avrebbero bisogno della sua produzione di autobus per non continuare a infrangere le regole comunitarie sulla circolazione di mezzi di trasporto vecchi e inquinanti. La questione Irisbus resta questione di politica industriale nazionale, sulla quale i governi dei tecnici, prima, e delle larghe intese, poi, poco se non nulla hanno fatto. La difesa dell’esistente è la precondizione affinché si possa pensare intorno alla progettata stazione una piattaforma logistica e di prima trasformazione delle merci che transiteranno attraverso l’Irpinia.

Questo dovrà rappresentare il nodo centrale rispetto alle altre aree produttive della provincia. A partire da una riconsiderazione di Pianodardine, l’area industriale della città. Anche qui sorge uno stabilimento, l’FMA, sul cui destino attendiamo parole chiare da parte del gruppo FIAT, in virtù dell’acquisizione di CRHYSLER.

Ma Pianodardine vuol dire anche Isochimica. Una ferità aperta nella città. Una ferita aperta rispetto a come sono stati calpestati – colpevolmente, volutamente, consapevolmente, da parte di un pezzo consistente della classe dirigente cittadina – i diritti alla sicurezza dei lavoratori e all’ambiente dei cittadini. L’ex Isochimica dovrà conservare la sua vocazione produttiva, affermando un altro modo di intendere l’industria e il rapporto fra occupazione, produzione, ambiente e città.

Un’Irpinia che sa difendere la sua vocazione industriale e all’innovazione, può rafforzare anche il suo tessuto agricolo e ambientale. Le produzioni d’eccellenza di questa provincia, così come la filiera della generazione di energie rinnovabili, non sono l’alternativa al sistema produttivo industriale, ma l’altro grande elemento di un sistema economico complessivo. Per guardare all’innovazione, per guardare a un diverso rapporto con l’ambiente e il territorio, per guardare al mercato più vasto dei consumi e per guardare al mercato – più ristretto ma altrettanto importante – di chi richiede i nostri prodotti enogastronomici di qualità.

E poi c’è il resto del tessuto industriale, produttivo e artigianale della provincia, fatto di tante realtà – alcune anche molto rilevanti – e che però stanno lì come elementi isolati. Il completamento di alcune infrastrutture diventa essenziale perché la rete e il dialogo si realizzino. Gli assi viari Valle Caudina- Pianodardine e Lioni-Candela sono solo alcuni degli esempi più rilevanti di come si possano realizzare reti alternative essenziali per la mobilità delle persone e un circuito interessante fra aree attrezzate per la produzione.

La rifunzionalizzazione della rete ferroviaria Avellino-Benevento-Salerno, oltre a costituire parte rilevante della metropolitana regionale e di un ulteriore infrastruttura a servizio di Pianodardine, può essere il collegamento che mette in relazione le due università quella di Fisciano e quella del Sannio e determinare una nuova funzione della città di Avellino. Una funzione che guardi alla ricerca avanzata. Una città che diventi ponte fra queste due rilevanti università del Mezzogiorno. Intorno a ciò che esiste e a ciò che può essere costruito sull’esistente. La città ospedaliera, la facoltà di Enologia, il Cnr in scienze dell’alimentazione, il Conservatorio “Cimarosa”, il Teatro “Gesualdo”, il centro di ricerca “Guido Dorso”, sono solo alcuni dei tasselli che possono rappresentare la base di una vera e propria rete della conoscenza e dei saperi in città.

Esiste un’altra grande opzione strategica che parla di Irpinia e di Mezzogiorno. L’acqua. Chiunque si lamenti dello “scippo” dell’acqua, come se questa possa essere di proprietà di qualcuno, dovrebbe provare a indignarsi per qualcos’altro: ovvero, la perdita delle risorse idriche per le reti vetuste e insicure. Perdite che vanno dal 40 sino a punte dell’80% dell’acqua immessa alla fonte; in media il 54% concentrato sulle reti interne di proprietà dei Comuni. La crescita esponenziale degli emungimenti ha abbassato le falde e ai fiumi non è assicurato il “minimo vitale”. È necessaria l’unificazione dei progetti dei Comuni per ottenere un finanziamento immediato di 90-100 milioni che darebbe da subito più acqua a disposizione dei fiumi, un freno alla crescita esponenziale della tariffa dell’ACS per l’abbattimento dei costi energetici e si tratterebbe di un insieme di piccole opere diffuse sul territorio con interventi ad alto contenuto di manodopera, non irrilevante in una fase recessiva come questa.

Intorno a queste grandi questioni – Alta capacità, stazione “Hirpinia”, difesa dell’apparato produttivo e agricolo, messa in sicurezza delle reti idriche – l’Irpinia può tornare a parlare di occupazione e sviluppo. Ma mentre si provano a scrivere “magnifiche sorti e progressive” per questa comunità è in corso un vero e proprio smantellamento dei servizi pubblici nei nostri paesi.

Parte della classe dirigente della nostra provincia – non esclusi pezzi autorevoli del nostro partito – ha reagito con la lamentazione. Con battaglie di retroguardia, pensando a salvare un presidio, quale che sia, non per la sua utilità in un pensiero più ampio sulla riorganizzazione dei servizi, ma per tenere viva una bandierina. Noi pensiamo che a questa furia demolitoria vada opposto un ragionamento sulla riorganizzazione dei servizi e sulla loro utilità. Un presidio sanitario è utile se presta servizi di pronto soccorso efficienti e di qualità alla popolazione, non se porta l’etichetta di ospedale.

La Campania è fatta di un tessuto notevole di città medie e di agglomerati urbani più o meno grandi. Ma non tutta. Esistono zone ampie dell’Irpinia, del Sannio, del Cilento fatta di piccoli comuni, piccole realtà che insieme costituiscono identità più grandi. Rispetto a questi paesi bisogna ragionare non con l’incanto di chi una volta ogni tanto dalle città si muove per vedere l’illusione del tempo che non passa e del silenzio che tutto abbraccia. Bisogna avere lo sguardo di chi abita in questi paesi. Il silenzio è opprimente per chi ci abita, per chi non riesce a intravedere alternative a ciò che è e così va via. Questi paesi non cambiano e sono quasi deserti non per regalare attimi di “natura” al fugace visitatore, ma perché ogni silenzio e ogni vuoto è il segno di un cittadino che non ha potuto scegliere se restare o meno, ma ha dovuto scegliere di andare via.

Solo una rete di servizi seria, efficiente, trasparente, nell’assistenza sociale, nell’ambiente, nella sanità, nella pubblica amministrazione, nell’interesse dei cittadini, può consentire di tenere vive queste realtà. Solo un disegno complessivo – in una nuova dimensione regionalistica – che parla di occupazione, di sviluppo e di servizi utili può dare senso a queste comunità. Non il campanile, né la bandierina, né il lamento. Né la recriminazione verso il napolicentrismo. Né la paesologia.

Anche in Irpinia, esiste un ragionamento che guarda alle città medie. A tal proposito, l’unificazione di Montoro è esempio rilevante di come le città possono riorganizzarsi per guardare alle sfide dello sviluppo e della migliore coesione sociale. Avellino e la sua area urbana è l’esempio più significativo. Un’area che fra città e la corolla di paesi che la circondano – di ben oltre centomila abitanti – costituiscono un’unica realtà sociale, economica, culturale, civile. Avellino ha bisogno di ripensarsi in questa dimensione e come guida di un processo complessivo che riguarda la provincia e che ha come orizzonte la Campania e il Mezzogiorno.Watch Full Movie Online Streaming Online and Download

Il luogo dove meglio si possono sperimentare le politiche sociali è la città. Dove queste sono immediatamente percepite dai cittadini. Dove immediatamente si percepisce la cifra di una decisione amministrativa, se parla di uguaglianza fra tutti i cittadini o se realizza un’ennesima ingiustizia. La “questione sociale” che – sotto l’egemonia culturale liberista – qualcuno aveva immaginato sparita, sta qui con più forza di prima, fra disoccupazione, povertà e mancanza di servizi necessari. Avellino deve avere l’ambizione di essere un laboratorio (una sorta di modello sperimentale in collaborazione col Ministero della coesione territoriale), dove si pratichino nuove politiche pubbliche che significhino di uguaglianza il termine di cittadinanza.

Le rete della memoria, dei saperi, delle produzioni – fra strutture inutilizzate e strutture dimenticate, fra risorse e centri all’avanguardia, fra centro antico e centro moderno – dev’essere il nodo intorno al quale costruire un’avanzata idea di ricerca e sperimentazione. Un esempio per tutti: il Centro di ricerca “Guido Dorso” dev’essere non la reliquia da venerare del grande pensiero meridionalista che è stato, ma l’elaboratore di un nuovo pensiero che parli del futuro del Mezzogiorno.

E così torniamo all’orizzonte di cui abbiamo bisogno per sognare un’Irpinia diversa. L’orizzonte è l’umanità. L’umanità che vuole riscattarsi dall’ingiustizia, dalla povertà, dalla disuguaglianza. L’umanità che fa della diversità la sua essenza. L’orizzonte è il Mezzogiorno. Terra di dialogo, di confronto, fra diversità che sempre si cercarono nella cultura, nel progresso, nella libertà. Nord e Sud. Mediterraneo e Europa. In un’umanità migliore. L’Irpinia potrà essere migliore, se ripensa se stessa, se al di là dei suoi confini accetti la sfida di guardare a questi orizzonti.

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