francesco todisco

Intervista di Todisco su “La nostra voce” di Calitri

Di seguito l’Intervista rilasciata a Domenico Bonaventura al giornale La nostra voce.

CALITRI (AV) – Negli ultimi tempi, Francesco Todisco è balzato agli onori della cronaca per l’animosità con la quale si è opposto, assieme ad altri tesserati, al segretario provinciale Carmine De Blasio, durante l’infuocato “venerdì di passione” che doveva stabilire (e ha in effetti stabilito) i quattro nomi in corsa per il consiglio regionale.

Ma Todisco è soprattutto altro. Un ossimoro vivente, che alla calma serafica del suo argomentare oppone la granitica convinzione delle proprie idee. Ieri sera era a Calitri, per sostenere Canio De Rosa, segretario cittadino del Pd, nella corsa delle elezioni amministrative. Ma anche per cercare sostegno intorno al proprio nome, canidato nella lista “Per De Luca Presidente”. Noi de LNV lo abbiamo intercettato per provare a scandagliarlo, questo granito di idee.

Todisco, lei sta ponendo l’accento soprattutto sulla questione occupazione e della necessità di mettere mano subito ad un nuovo piano del lavoro. In che modo?

In tutti i ragionamenti che si fanno sull’occupazione si tende a dimenticare un particolare che io ritengo particolarmente delicato, per non dire drammatico: quello che riguarda i lavoratori in mobilità della regione Campania e della provincia di Avellino. Di per sé si tratta di un numero molto consistente, all’incirca tremila persone (duemila settecento, per la precisione, ndr). Di questi, un buon numero – quattrocento o cinquecento – sono in mobilità in deroga. Ciò vuol dire che nei prossimi mesi tenderanno ad uscire dai percorsi di mobilità. Stiamo parlando di persone che difficilmente possono essere ricollocate nel mondo del lavoro, avendo un’età che va dai quaranta ai cinquant’anni. Dal momento che la Regione Campania, dal punto di vista della formazione e della ricollocazione nel mondo del lavoro ha poteri decidenti e incisivi, credo sia un obbligo da parte dell’ente regionale quello di non guardare soltanto ad una politica di sussidio rispetto a questi casi, ma anche di guardare ad una politica di formazione attiva e di ricollocazione di queste persone nel mondo del lavoro.

Negli ultimi mesi, Alta Irpinia fa rima con Progetto Pilota. Qual è la sua posizione riguardo a questo strumento che potrebbe segnare un cambio di passo nello sviluppo di questo territorio?

Si tratta di un ragionamento che va incluso all’interno di quello più ampio, che è quello dell’occupazione e dello sviluppo nella provincia di Avellino. Le aree interne, e segnatamente l’Alta Irpinia, si trovano tra le mani una grandissima occasione quale il Progetto Pilota. I sindaci, tuttavia, mi sembra la stiano sprecando. Se vogliamo dare  risposte concrete e non accademiche in termini di sviluppo, non possiamo che partire da alcune considerazioni. La prima ce la offre la Svimez, e dice che il Mezzogiorno non può avere alcuna via di sviluppo se non parla di industria.

Già, ma che tipo di industria?

Non quella che abbiamo conosciuto in questi anni, ma piuttosto un’industria che parli di tecnologia, di formazione, di ricerca, di innovazione, e che magari sappia legarsi anche con le vocazioni territoriali. A questo proposito considero il settore dell’agroindustria particolarmente rilevante. Se consideriamo i centri di eccellenza che abbiamo in città – il Cnr Scienze dell’Alimentazione o la Facoltà di Enologia – e riusciamo a legare questa formazione e questa ricerca al tessuto produttivo della provincia nel settore agroindustriale, probabilmente possiamo diventare baricentrici in questo ragionamento. In secondo luogo, mi interessano i ragionamenti di filiera corta che alcune grandi agroindustrie – Zuegg, Ferrero, Pasta Baronia – stanno portando avanti. Quel modello deve poter essere replicabile: se noi possiamo legare le vocazioni di una nuova industria alle vocazioni del territorio, con ogni probabilità riusciamo a dare delle risposte importanti in termini quantitativi e occupazionali.

E come potrebbe la Regione favorire questa dinamica?

Il punto è come la regione orienta la spesa pubblica. Se inizia ad orientarla non rispetto a micro-opere e micro-processi, ma a grandi opere infrastrutturali, capaci di smuovere economia e occupazione e di dare risposte concrete ad alcune questioni che riguardano la nostra provincia, anche lì facciamo qualcosa di positivo.

Andando più nel concreto?

Parliamo tanto di “scippo delle acque” da parte degli altri territori rispetto all’acqua che sorge in Irpinia. I primi a scippare le acque alla nostra provincia e al Mezzogiorno siamo noi con la nostra classe politica, che non riesce a mettere in sicurezza e a ristrutturare le reti idriche della provincia di Avellino, che perdono mediamente il 60 per cento dell’acqua che vi transita. Su questo la Regione dovrebbe orientare la spesa pubblica, e non invece sul rifacimento continuo sempre degli stessi marciapiedi e delle stesse piazze e su opere infrastrutturali che non offrono alcuna occasione di sviluppo per la provincia.

Abbiamo detto del lavoro: quali sono secondo lei le altre mancanze del quinquennio firmato Caldoro sulle quali intervenire in maniera prioritaria?

Come ho detto, credo che debba cambiare la visione strategica in termini di sviluppo del nostro territorio. Senza un’idea chiara di sviluppo non è possibile immaginare politiche tendenti a creare nuova occupazione. Ma poi c’è una responsabilità molto chiara della Regione Campania, che riguarda la formazione dei tanti che hanno perso il lavoro.

Ieri a Calitri è stata anche l’occasione per portare il suo sostegno personale alla candidatura di Canio De Rosa.

Il candidato del Partito democratico è Canio De Rosa: si tratta di un nome assolutamente da valorizzare, per il bene della comunità calitrana. Oltretutto nella lista da lui guidata sono presenti anche tante espressioni che appartengono alla mia area.

E invece quale potrebbe essere il sostegno di Francesco Todisco verso questa zona dell’Irpinia?

Mi fanno molto riflettere i dati anagrafici di Calitri. Ne parlavo pochi giorni fa con un ex sindaco di qualche decennio fa, rispetto al quale va tutta la mia stima e la mia vicinanza politica: Vito Marchitto (un antesignano del Progetto Pilota, ndr): in poco più di dieci anni, Calitri ha perso oltre mille abitanti. Per poter immaginare un’inversione di tendenza è necessario davvero riscoprire il senso del Progetto Pilota. Io ho una grande paura, e cioè che i sindaci dell’Alta Irpinia stiano perdendo di vista il vero scopo del Progetto Pilota, che non è quello di creare un nuovo Alto Calore o un nuovo condiglio di amministrazione per poter affidare a qualcuno qualche incarico. E’ invece un progetto essenziale, perché intanto è condotto con risorse ordinarie dello Stato – e quindi se va a buon fine diventa replicabile in altre zone della provincia -, ma che soprattutto guarda ad alcuni servizi essenziali che consentono prima di tutto di creare occupazione, e in secondo luogo a chi decide di rimanere, di poter vivere dignitosamente, cosa che oggi non accade a causa dello smantellamento dell’intero sistema dei servizi: trasporti, sanità, politiche sociali, scuola.

Dunque ritiene possibile fermare questa emorragia demografica?

Sì, bisogna saper sfruttare quest’occasione con un’idea di sviluppo a cui legare tutte queste altre dimensioni di servizi da offrire ai cittadini. C’è bisogno di qualità della classe dirigente, e questo deve farlo un partito serio, che deve valorizzare persone che sappiano governare questo tipo di processi, e c’è bisogno di calare il ragionamento complessivo del destino dell’Irpinia in un ragionamento più ampio che riguarda la Regione Campania e il Mezzogiorno.

In sostanza lei dice no alle pulsioni isolazioniste?

Esatto. Se pensiamo di poter uscire dalle secche in cui ci troviamo alzando le bandiere del particolarismo, del localismo, mettendoci contro le visioni che guardano a Napoli, alle fasce costiere e alle zone più importanti della nostra regione, non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo far capire al resto della regione e del Sud che le questioni che riguardano l’Irpinia sono questioni che riguardano anche il resto della Campania e del Mezzogiorno. Prima ho fatto l’esempio dell’acqua, che mi sembra a questo proposito l’esempio più calzante.

La questione interna al Partito democratico di Avellino è risolta o siamo ancora nella fase delle urla?

No, adesso siamo tutti concentrati e impegnati a fare in modo che la candidatura di Vincenzo possa avere la meglio in questa competizione elettorale, ad affermare nel dibattito le nostre idee e a conoscere bene il territorio, a capire bene le istanze della nostra comunità, cercando di rappresentarle ed interpretarle al meglio, speriamo non solo in questa campagna elettorale ma anche nelle istituzioni, se dovessimo incassare la fiducia dell’elettorato.

Ma dal primo giugno…

Dal primo giugno sul tavolo ci sarà la questione del partito, che dev’essere affrontata in tutta la sua inaudita gravità.

Questione De Luca. Incandidabilità-ineleggibilità: qual è la sua posizione?

Intanto il Tar è stato piuttosto esplicito e chiaro nell’affermare la possibilità e il diritto da parte di Vincenzo De Luca di candidarsi. Dopodiché, ne momento in cui verrà eletto, ci muoveremo nel rispetto assoluto della legge e della normativa. Io sono fiducioso del fatto che il riscontro popolare che De Luca avrà avuto, nel rispetto della normativa e delle interpretazioni che essa ha avuto nei recenti mesi, gli consentirà di governare e bene la Regione Campania.

Quindi una legittimazione popolare lo porterà a Palazzo Santa Lucia?

Non soltanto, ma potrà governare anche, viste le pronunce che precedentemente ci sono state, in virtù della normativa prevista dalla legge.

Il riferimento è a De Magistris?

Sì, assolutamente, visto che continua a governare tranquillamente e placidamente la città di Napoli.

Intervista de La nostra voce 16 maggio 2015

Autore  Domenico Bonaventura

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