Avellino

Avellino ha bisogno di essere riconosciuta. E gli avellinesi hanno bisogno di riconoscersi nella propria città. Riconoscersi in un luogo, in una storia e in un’umanità che si fanno città vuol dire decidere di legarsi ad un destino collettivo. Un destino comune. Un’identità che riafferma la sua storia – dimenticata, ma che sta lì a dispetto di ogni offesa e dell’oblio collettivo – e che si rinnova. Un’identità e i propri margini – che non sono confini – che vogliono parlare di dialogo, di confronto, di apertura, di conoscenza dell’altro. Un’identità che elabora un’idea di Europa, di Mediterraneo, di Mezzogiorno, di Campania e di Irpinia, di cui Avellino vuol essere un pezzo che faccia vivere il dialogo civile, culturale, economico, sociale, politico fra i popoli che abitano queste parti del nostro pianeta.

Avellino sta lì, come corpo morto sul quale continuano ad accanirsi gli appetiti degli egoismi, dei particolarismi; continuano ad accanirsi gli interessi di pochi – i soliti – che messisi le vesti di classe dirigente della politica o dell’economia, dirigono la città verso i propri interessi, che custodiscono in tasca.

Avellino corpo morto che non si indigna. Assuefatta alle pratiche del sopruso e dell’abuso.

Avellino corpo morto che si affida a governi che lascino tutto com’è. Nell’indifferenza civile affinché nulla cambi.

Gli avellinesi – quelli che si definiscono così non per un segno anagrafico ma per segnare la propria identità – vogliono riconoscersi nella propria città. Vogliono farla vivere con la propria passione, con la propria energia, con le proprie capacità, con il proprio impegno, con il loro senso di cittadinanza che vuol costruire un’Avellino migliore. Vogliono ribellarsi ai soprusi di pochi e volgere lo sguardo della città al bene comune.

Dopo il disastro dell’amministrazione Galasso, che porta una e una sola etichetta ma che ha tanti illustri co-protagonisti, da noi denunciato in completa solitudine all’interno del nostro partito, era necessario dare una voce, uno strumento a questa volontà di riscatto degli avellinesi. Era necessaria una discontinuità di idee e di pratiche, prima ancora che di uomini, ma anche di simboli per far capire che le cose si volevano cambiare sul serio.

Il Pd – con illustri e meno illustri consiglieri “non iscritti” – ha scelto la strada più facile per vincere le elezioni, ma quella più complicata per arrivare ad un governo della città che provasse a cambiare le cose. Le liste, non discusse negli organismi dirigenti, sono state la prova più evidente della strada scelta. Pezzi di novità accanto a pezzi che segnavano la più profonda continuità col galassismo, di cui ripetiamo Galasso non è che un’etichetta.

Abbiamo dissentito. Anche con forme eclatanti, ma necessarie per rappresentare a tutti che per quella strada non si andava da nessuna parte. Nessuno di chi avrebbe dovuto s’è interrogato sulle ragioni profonde del nostro gesto. Non un dubbio né un accenno ad una riflessione. Anzi, il tentativo maldestro di buttar fuori dal partito il dissenso.

Oggi – alla luce di quanto sta accadendo – tutti, ma proprio tutti anche coloro che si sono divertiti, fra notisti e politici, a dare giudizi sferzanti nei nostri confronti e che gonfiassero il petto dei vincitori, sono costretti a darci ragione. Qualcuno lo dice, qualcuno lo pensa ma è troppo poco umile per dirlo.

Il nostro circolo potrebbe stare qui a indossare le penne del pavone e dire che c’ha visto giusto. Ma a noi non interessa essere i migliori in una città che muore. Noi vogliamo essere umili pezzi di un partito che provi a trasformare in politica le istanze di riscatto sociale e civile che vengono dai cittadini.

Noi intendiamo ripartire da qui. Dai problemi della città e dalle nostre proposte per risolverli.

L’abbiamo detto in premessa: Avellino ha bisogno di essere riconosciuta e gli avellinesi hanno bisogno di riconoscersi nella propria città. In questo processo culturale, storico, sociale, politico ed economico la questione urbanistica diventa centrale.

L’urbanistica diventa centrale perché parla di come intendiamo la sviluppo della città, non solo in senso strettamente urbanistico, ma anche economico, produttivo, nell’idea – che non può restare cosa vaga e solo declamata – dell’area vasta, nell’idea del ruolo di Avellino rispetto al Mezzogiorno e alla Campania; è centrale perché parla di come la città decide di stare in questa fase di crisi economica internazionale. Noi riteniamo intollerabile – non solo entro i confini della città ma in tutta la conurbazione avellinese – un ulteriore consumo di suolo, per ragioni ambientali, paesaggistiche, di messa in sicurezza del territorio, ma anche per ragioni economiche.

La crisi del settore edilizio ci consegna dati spaventosi nei numeri degli appartamenti costruiti e rimasti invenduti. A chi gioverebbe dunque l’edificazione di nuovi palazzi?

Noi riteniamo che l’edilizia possa essere uno – e non il meno rilevante – degli strumenti per il rilancio complessivo dell’economia e dell’occupazione, e per questo crediamo che il credito bancario debba sostenerlo in azioni di rigenerazione urbana di interi comparti che hanno bisogno di essere messi in sicurezza e di essere costruiti secondo i più moderni standard per il risparmio delle risorse naturali.

Abbattere edifici insicuri e con essi demolire le posizioni e gli abusi che dentro alcuni palazzi, di proprietà comunale, alcuni malfattori hanno realizzato con la connivenza di quegli amministratori che mai hanno davvero intrapreso una battaglia per cancellare quelle illegalità.

Rigenerazione urbana che ci parla di messa in sicurezza di interi quartieri, ma che ci dice anche di come la città debba sentire sulla sua pelle il dramma di troppi cittadini – giovani e meno giovani – che vivono il diritto all’abitazione come un sogno irraggiungibile.

La questione urbanistica è centrale anche per la necessità di ripensare Avellino.

Avellino deve ripensare se stessa a partire dal proprio centro storico. La “Collina della Terra”. La memoria che va tutelata, rispettata, difesa. La memoria che va fatta vivere. Lo sviluppo moderno e contemporaneo della città – e con esso lo sguardo degli avellinesi – sembra aver voltato le spalle alla propria ragion d’essere. Alla propria origine.

La “Collina della terra” rivive se posta al centro del dibattito complessivo sulle vocazioni economiche, produttive, civili, culturali e sociali della città. In un dialogo costante con la nuova centralità che s’è andata consolidando in epoca contemporanea.

A questo proposito diventa rilevante il dibattito sulla NI01, ovvero l’area che sta intorno alla nuova autostazione. Quel pezzo di territorio è stato pensato per offrire alla città servizi più moderni ed efficienti, non certo per soddisfare le ansie costruttive o economiche di qualche privato; è stato pensato anche per offrire un nuovo parco al centro della città, che assieme al parco del Fenestrelle (intorno al quale c’è un silenzio preoccupante) devono ribadire un nuovo rapporto di Avellino col suo ambiente. Quel pezzo di territorio dev’essere pensato dal pubblico ed è il governo della città che dovrà decidere come andrà sviluppato. Ed anche lì, come per il resto della città, è necessario che prima che si costruisca si aspetti una nuova fase economica, la città ripensi se stessa e gli sforzi dell’edilizia si concentrino lì dove c’è bisogno immediato e urgente: la rigenerazione della vecchia edificazione. Da qui la nostra proposta di una variante di salvaguardia che blocchi per il tempo necessario la nuova edificazione e concentri l’attività edilizia nella rigenerazione urbana. Ma non solo, sarebbe opportuno una nuova conferenza urbanistica per rispondere alle esigenze del mutato quadro sociale ed economico avellinese.

Il centro storico e la riaffermazione dell’identità – coi sui margini dialoganti – avellinese dev’essere il perno del rilancio della politiche culturali. È da lì che deve ripartire il nostro ripensarci. Simbolicamente tutto deve ripartire dalla malconcia Casa della cultura “Victor Hugo”. Essa va restaurata, ma soprattutto dev’essere ripensato ciò che c’è dentro. Il Centro di ricerca “Guido Dorso” non può restare la nobile memoria di un pensiero che fu, ma dev’essere l’elaboratore di un nuovo pensiero meridionalista, di un’idea di Mezzogiorno che sia quel ponte di dialogo fra Europa e Mediterraneo. Un centro che non sia il luogo dove depositare la reliquia del pensiero dei grandi meridionalisti del passato, ma un centro che stimoli il pensiero degli studiosi contemporanei.

Dalla Casa della cultura si parte per collegare in una grande rete, della memoria e dei saperi, tutti i contenitori (rimasti spesso senza contenuti): il “Gesualdo”, Piazza Duomo con i suoi ritrovamenti archeologici, i camminamenti longobardi, la Casina del Principe, Piazza Castello, Il Castello, il Conservatorio, il Convento di San Generoso, la Dogana, Villa Amendola e così via allontanandoci dalla nostra collina della memoria, il Carcere borbonico, l’ex Eliseo, il CNR in Scienze dell’alimentazione, la facoltà di Enologia, la città ospedaliera, ecc., tutte strutture che devono costruire la grande rete della memoria e dei saperi di Avellino.

Una rete intorno alla quale definire, ri-definire la nostra identità culturale. Solo così la cultura può essere intesa non come la definizione di cartelloni occasionali di spettacolo, ma come il terreno nel quale far esprimere le migliori competenze, a partire da quelle dell’associazionismo che chiedono solo rispetto per il proprio lavoro. Cultura che diventa strumento di rilancio economico-occupazionale e di lotta all’esclusione sociale. Questa rete pensata organicamente, mettendo in relazione pezzi che non si conoscono e non comunicano, può essere terreno di sperimentazione per tanti giovani avellinesi e attrazione per tante menti che possono decidere di venire da altrove per sperimentare le proprie capacità.

Avellino – il suo centro storico, il suo centro contemporaneo, i suoi quartieri storici e le zone di moderno insediamento – vive se ha una visione della propria funzione economica e produttiva. A partire da Pianodardine che non può restare com’è in attesa di qualcosa che non verrà. Offrire servizi decenti ai pochi insediamenti industriali rimasti, ma soprattutto ripensarlo come il luogo di sperimentazione e della ricerca costante di dialogo fra ricerca e produzione. Non sottovalutando la sua strategica posizione che possono farle assumere un rilevante ruolo nella logistica e nella primaria trasformazione di alcuni beni.

A pochi metri da Pianodardine, c’è la stazione ferroviaria, che può assumere una sua rilevanza nel sistema complessivo dei trasporti se quella parte di città diventa il fulcro produttivo della conurbazione avellinese. Anche per questo siamo convinti che l’area dell’ex Isochimica – pagina di vergogna che chiama a chiare lettere le responsabilità di pezzi di classe dirigente che c’entrano molto con l’attuale stato di governo della città – non possa rinunciare alla propria vocazione produttiva. Dimostrare che esiste un altro modo di far produzione, nella sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente e della popolazione circostante.

Avellino vetrina delle eccellenze produttive irpine. Villa Amendola può diventare la cittadella dell’artigianato, un polo di formazione e di ricerca all’interno di questo settore. La struttura in vetro di Piazza Kennedy può essere la vetrina per esposizioni di quello che la nostra provincia offre in termini di elevata qualità produttiva in diversi settori, dall’enogastronomia fino all’artigianato artistico.

Una città immersa nella contemporaneità e nei suoi problemi è consapevole che sulla scena è tornata con prepotenza la “questione sociale”. O forse c’eravamo solo illusi che l’avesse abbandonata. La dignità della cittadinanza e la questione dell’uguaglianza sono i temi su cui un governo di una città dichiara la propria cifra culturale, ideale e politica. Affrontare le povertà, garantire servizi indispensabili, consentire a tutti di potersi dire cittadini e non affogare nel disagio, che spesso tracima in vera e propria umiliazione esistenziale, sono le più rilevanti delle emergenze che dobbiamo affrontare. La disoccupazione di troppi cittadini, la mancanza di speranza che il domani possa essere diverso dall’oggi, la disperazione di tutti i nostri giovani, che rinunciano alla formazione o alla ricerca di una qualsiasi occupazione perché lavoro non ce n’è e non ci sarà, ci dice del tempo disperato che stiamo vivendo.

Il governo di una città è un piccolo pezzo che non può incidere in processi sociali ed economici così rilevanti, ne siamo consapevoli. Ma può ed ha il dovere di offrire a tutti i cittadini servizi che ci facciano sentire uguali, che ci liberino dal bisogno, che ci parlino di dignità dell’esistenza.

Le politiche sociali non sono le politiche dell’assistenza. Sono le politiche della dignità. Servizi migliori per l’infanzia, per l’istruzione, per la mobilità, per la casa, per i diversamente abili, per gli anziani, per il contrasto alla povertà; biblioteche, palestre, asili, scuole migliori; tutti questi non sono i tasselli di un libro dei sogni, ma sono gli elementi essenziali dell’essere cittadini.

Vivere in un città che offra elevati livelli nell’erogazione di questi servizi ci fa affrontare meglio e tutti insieme le sfide che un’economia più povera e trent’anni di individualismo esasperato ci pongono. Noi vogliamo uscire insieme dalla crisi, da cittadini e non da individui.

Queste sfide hanno bisogno di parole certe e chiare sul bilancio comunale. Su questa vicenda due, dei tre, assessori scelti in piena autonomia dal Sindaco, per dare slancio e competenza al governo cittadino, hanno deciso di dimettersi in evidente disaccordo col primo cittadino. La vicenda è apparsa confusa e, ancora oggi, non una parola chiara è stata spesa su come affrontare la situazione finanziaria del Comune.

Le responsabilità della situazione a cui siamo sono chiare e definite. Le abbiamo denunciate per primi e oggi non possiamo che ribadirlo. Il galassismo, non contrastato ma favorito da chi poteva e doveva fermare quella deriva dell’amministrazione Galasso, ci ha portato dove siamo. Abbiamo bisogno di dire parole chiare e di essere altrettanto determinati nel pianificare vie di uscita che cancellino gli sprechi e vadano a toccare tutti quei “santuari” intoccabili che frenano tante entrate alla città.

Questo lavoro ha bisogno di serietà. Senza isterismi o allarmismi strumentali che magari servano a svendere beni o diritti edificatori del comune a qualche privato interessato. O allarmismi che vedano nelle entrate degli oneri urbanistici per nuove costruzioni le uniche entrate possibili, tra l’altro piuttosto aleatorie visto che la storia ci consegna la mancata riscossione di tantissimi di questi oneri. Non è così, con serietà e trasparenza dobbiamo affrontare la difficile situazione finanziaria del comune.

Un bilancio serio, rigoroso, trasparente e partecipato dai cittadini è la condizione essenziale per mettere in sicurezza i conti del Comune e per poter investire nei servizi essenziali da garantire alla città.

Un bilancio trasparente è la base su cui ripensare la macchina amministrativa che valorizzi le tante energie e intelligenze che ci sono e smantelli, al contempo, i piccoli potentati strumentali a un politica che vuol lasciare tutto com’è.

Un bilancio trasparente è la base su cui immaginare un ruolo del Comune di regia e di stimolo a una seria rete di microcredito che possa dare risposte a giovani professionisti e imprenditori nella creazione, nel rilancio o nella difesa delle proprie attività

Queste alcune delle priorità su cui basare la ripartenza amministrativa. La sfida è complessa. Per farcela c’è bisogno di tutti. Delle forze politiche presenti in consiglio comunale e di tutte le espressioni dell’impegno civile, politico, economico, culturale e sociale della città. Nella precisa distinzione dei ruoli. Nella chiarezza. Chi è stato chiamato a governare, governi. Chi è stato chiamato a fare opposizione, la faccia con la determinazione necessaria. Tutti nell’interesse supremo della collettività.

Sentiamo parlare in queste ore di “larghe intese”. Lasciamo perdere ciò che ne pensiamo a livello nazionale di questo concetto, l’abbiamo detto più volte e con crudezza. Sappiamo che ad Avellino le “larghe intese” non sono un’esperienza sconosciuta. Ogni qual volta c’è stato da andare contro gli interessi della collettività e a favore di quelli di un “qualcuno” esse si sono magnificamente realizzate. Da ultimo, basti ricordare quanto accaduto sulla “Mostra-fiera delle bancarelle”, dove il documento elaborato dal nostro rappresentante in consiglio, teso ad eliminare quel mostro amministrativo messo in piedi e ad accertare le responsabilità amministrative, ebbe il voto contrario trasversale degli allora gruppi consiliari Pd-Udc-Pdl. A dimostrazione che le larghe intese, spesso e volentieri, si fanno contro i cittadini e a favore di pochi.

Ognuno faccia la sua parte e si assuma le sue responsabilità. Senza confusione di ruoli. Il tempo scorre e Avellino ha bisogno di essere risollevata dal torpore civile in cui è stata fatta precipitare. Noi siamo qui con le nostre idee e la passione di sempre per provare a risollevare la nostra città. Affinché gli avellinesi possano riconoscersi nella propria città.

 

 

 

 

 

 

 

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