24 novembre. La coesione del dolore, la disgregazione della ricostruzione.

La capacità del dolore di aggregare le comunità è più forte di tutto. Supera tutto. E non pochi di quel 23 novembre del 1980 hanno ricordato “il sentimento nazionale” che, forse per la prima volta, teneva davvero unito il nostro Paese. I tanti volontari del Nord venuti a “scavare” in quelle macerie del Sud, in una delle sue parti più dimenticate.

In questo trentacinquesimo anniversario ho letto tante cose. Come sempre i ricordi scavano, anch’essi, nei sentimenti più profondi della propria coscienza e di quella collettiva. Ma la cosa che mi ha colpito è lo scarto fra i sentimenti di solidarietà rivolti al dolore di quei novanta secondi e di tutto ciò che successe nell’immediatezza di quell’evento e la delusione per come sono poi andate le cose della “ricostruzione infinita”.

Due facce della stessa collettività: la dignità della propria sofferenza offerta a chi veniva a portare aiuto e la frustrazione dell’aver mancato l’occasione del “ricostruirsi”.

A me sembra che manchi qualcosa. Ovvero, come quel sentimento che tiene tutti insieme nella tragedia, che fa affrontare insieme le cose e insieme le risolve, si dissolva quando si vada oltre la tragedia. Quando si tratta di ricostruire, non solo la materialità degli spazi quotidiani, ma le regole stesse che fanno vivere una comunità.

Nel sentire comune c’è il ripetersi di giudizi di condanna verso chi ha governato il “post-terremoto”. Le scelte, gli errori, le colpe della classe dirigente stanno lì. Sono di tutta evidenza. Ma c’è un meccanismo in questo gioco dei ricordi che non mi convince: un “noi che abbiamo sofferto” e “un loro che hanno governato e sbagliato”.

Quando i giudizi si fanno troppo semplici, diventano semplicistici, quindi superficiali e allora sbagliati.

In un insieme di persone, in una società, non esiste un noi e un loro. Esistono interrogativi più profondi che riguardano tutti.

E che interrogano il nostro sentirci legati ognuno alla vita dell’altro. Non solo nel momento del dolore, ma in quello della costruzione. Di come quel bisogno di andare incontro alla sofferenza dell’altro nella tragedia, diventi nella normalità un rinchiudersi in se stesso, nel proprio guscio, nella propria solitudine. E per questa via nei propri interessi.

Nelle tante scelte sbagliate che sono state fatte, credo ci siano state tante “domande” sbagliate che venivano da quel “noi”, che superato il dolore è tornato alle proprie cose. E “loro” hanno costruito su questo il proprio sistema di potere.

Gli anniversari possono vivere di retorica, di cerimonia, di riti. Di apparenza e quindi di rimozioni. La memoria, quella vera, ha bisogno di giudizi. Una presa di coscienza collettiva di ciò che è stato e un interrogarsi sulle responsabilità di ognuno.

Ogni 23 novembre conduce al 24. E ogni 24 novembre porta con sé il 23. E per quanto siano passati 35 anni, per quanto sia stato ricostruito quasi tutto, per quanto a volte sia stato ricostruito nuovamente anche ciò che già lo era stato, siamo ancora lì con un 23 non ancora del tutto trascorso e un 24 che stenta a farsi giorno.

Saremo in questa notte finché non porteremo nella normalità, non solo nell’emergenza, quel sentirsi parte della vita degli altri, che aspiri all’opera di ricostruzione più complessa della nostra terra: quella civile.

 

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